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Alba artica (Arctic Sunrise) si chiama il rompighiaccio
di Greenpeace che sta effettuando il tour della Groenlandia per
monitorare gli effetti del cambiamento climatico; a bordo, alcuni
scienziati statunitensi dell'Istituto per i Cambiamenti Climatici
dell'Università del Maine hanno compiuto una scoperta
agghiacciante (o meglio "sghiacciante"): il ghiacciaio di
Kangerludssuaq sarebbe uno di quelli si sta ritirando più
velocemente sulla Terra, al ritmo di 14 chilometri l'anno; 40 metri al
giorno. Il fatto è che, come spiega lo scienziato Gordon
Hamilton, a una
velocità superiore ai 6 chilometri all'anno, la neve che
cade non è in grado di sostituire il ghiaccio che si
scioglie; ecco perché la massa della Groenlandia diminuisce.
Il Kangerdlussuaq Glacier sottrae il 4% di ghiaccio dalla massa del
paese e lo trasporta in mare.
Questa situazione, secondo Greenpeace, è foriera di
conseguenze drammatiche in termini di innalzamento del livello dei
mari. Rispetto al 2001, data degli ultimi rilevamenti, il ghiacciaio si
è inaspettatamente ritirato di 5 chilometri, dopo che per
oltre 40 anni era rimasto intatto. Gli ambientalisti non fanno che
sottolineare la drammatica urgenza di un passaggio deciso alle fonti
energetiche rinnovabili e al risparmio energetico per contrastare i
cambiamenti climatici. «Quanto ancora bisognerà
aspettare prima che l'amministrazione Bush adotti delle
contromisure per fermare il surriscaldamento del pianeta ?»,
ha detto la capospedizione Martina Krueger.
Tornando alla regione artica, la rivista Science ha pubblicato lo
studio di un gruppo canadese che sembrerebbe spiegare meglio l'elevato
livello di sostanze chimiche nocive presso le popolazioni artiche, che
pure vivono
molto lontano dal luoghi in cui esse sono prodotte, usate o consumate.
Un altro recente studio aveva appurato che i livelli di
policlorobifenili (Ocb), della famiglia dei temibili Pop (Persistent
Organic Pollutants),
sostanze inquinanti organiche persistenti che si accumulano
nell'organismo, si sono appunto accumulate negli inuit canadesi, e a
livelli trenta volte più alti rispetto a quelli delle
persone residenti nel temperato Quebec.
Si pensava che l'inquinamento di zone vergini come quelle fosse
affidato ai venti, ma lo studio dell'Università di Ottawa ha
confermato la «responsabilità» di
uccelli migratori della specie Fulmarus glacialis. I ricercatori hanno
cercato la presenza di Pcb, mercurio e Ddt nelle aree vicine a una
delle colonie di Fulmarus più isolate e settentrionali,
nell'isola Devon, Artico canadese. Ebbene, oltre all'azoto del guano,
le aree frequentate dagli uccelli sono ricche di mercurio, Ddt, Hcb
(esaclorobenzene: un altro Pop) in quantità 60 volte
maggiori rispetto ad
aree vicine prive di guano. Sembra abbastanza evidente che queste
sostanze siano depositate lì insieme agli escrementi.
Ma i pennuti da dove le prendono ? Dagli animali marini che pescano
anche molto lontano: pesci, seppie, carogne, plancton. I pesci, si sa,
sono un concentrato di sostanze tossiche "man-made". Sostanze che non
si limitano
a giacere nei luoghi di nidificazione dei migratori, dato che questi
luoghi sono oasi di vita biologica in una regione così
arida. C'è là un'elevata presenza di insetti che
sostengono una popolazione locale di uccelli. Inoltre, molto guano cade
anche in mare vicino alla costa e lo contamina, con i pesci che
contiene. Dal momento che le popolazioni indigene mangiano uova di
quegli uccelli locali e pesci, il conto torna.
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