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L'Alaska è diventato il quarantanovesimo stato della federazione degli Stati Uniti nel 1959.
Con una superficie di 1.530.700 Kmq è lo stato più vasto pur avendo la popolazione, data la presenza della regione artica, di solo 609.311 abitanti.
Essa è in gran parte coperta da ghiacciai e vanta la più alta montagna delle Americhe, il famoso monte McKinley e ai suoi pedi vi è il bellissimo Denali Park.

La storia racconta che gli Stati Uniti acquistarono quest'immenso territorio dalla Russia nel 1867, una scelta allora da molti criticata per la supposta "inutilità" della regione. L'Alaska, invece, si rivelò presto una vera e propria miniera d'oro: la scoperta del prezioso metallo nel 1880 e nel 1898 portò nelle tasche dello stato ben un miliardo di dollari.

Dagli anni 1950 è  “l’oro nero” il famigerato petrolio ad apportare nuova ricchezza alla nazione. Nel 1989, il terribile incidente alla petroliera Exxon Valdez provocò la fuoriuscita di milioni di litri di petrolio grezzo nelle acque del Prince Williams Sound il che ha procurato ingenti danni sia economici (legati al turismo) che ambientali e  molta preoccupazione circa i danni possibile di quest’industria. Infatti, oggi, il settore leader dell’economia dello stato è il turismo, seguito dalla pesca e dall'industria del legname da costruzione.La capitale dello stato è Juneau, con 26.800 abitanti, nell’appendice sud del territorio. Nata da una “gold rush” (corsa all'oro) nel 1880, la città vive ora principalmente di turismo. Altre città importanti sono Anchorage e Fairbanks, a due passi dal circolo polare artico.

Dall'arrivo dei bianchi, l'Alaska ha tratto sia vantaggi sia svantaggi dalle sue risorse naturali. Nel tempo in cui la pelliccia aveva ancora un grande valore, i picconi trovavano sempre l'oro, le balene si dirigevano compiacenti verso gli arpioni e il petrolio sgorgava nelle condutture, l'Alaska sembrava un immenso contenitore di risorse naturali. Ma appena queste risorse hanno cominciato a venir meno e ad esaurirsi, lo stato è caduto in disgrazia, ed è stato spesso descritto come una terra brulla e ingrata che solo gli orsi polari o gli Inuit potevano abitare.

I primi abitanti dell'Alaska migrarono dall'Asia verso il Nord America, a partire da 40.000 anni fa, durante un'era glaciale che fece sommergere dalle acque dell'oceano un ponte di terra di 1449 km separando la Siberia e l'Alaska. Anche se molte di queste tribù nomadi proseguirono verso sud, quattro gruppi etnici rimasero in questi territori selvaggi: gli Athabaski, gli Aleuti, gli Inuit e le tribù dei Tlingit e degli Haidas che abitano le zone costiere. Il primo uomo di origine caucasica a mettere piede in Alaska fu Virtus Bering, un navigatore danese che si imbarcò per conto dello zar di Russia nel 1728; egli fornì subito informazioni sulla grande ricchezza che si poteva trarre dallo sfruttamento delle pelli delle numerose foche e lontre marine. I Russi crearono immediatamente a Kodiak Island una base per il commercio delle pelli, un'attività portata avanti illegalmente, che sterminò gli animali senza alcun tipo di regolamentazione fino a che fu istituita una compagnia russo-americana, nel 1790. Altri invasori Europei, principalmente Spagnoli e Inglesi, furono attratti da queste coste così proficue, ma il predominio russo continuò tranquillamente fino al XIX secolo.

Il mercato delle pelli conobbe tempi duri nel 1860 e, con le guerre europee che richiedevano sia attenzioni sia risorse, i Russi decisero di vendere le loro proprietà; molte proposte in tal senso furono fatte agli Stati Uniti, che in un primo momento si mostrarono indecisi. 

 

 

Alla fine, nel 1867, gli Americani firmarono un accordo, assai conveniente, in base al quale acquistarono la regione per 7,2 milioni di dollari - meno di un cent all'ettaro. Nonostante l'affare, l'Alaska rimase disorganizzata e senza legge, accessibile e apprezzabile solo per pochi colonizzatori, fino a che le sue risorse naturali non cominciarono a essere sfruttate una ad una.
Prima furono le balene, catturate soprattutto nel sud-est, e poi i numerosissimi salmoni, ma il vero boom dell'economia e della popolazione si ebbe in Alaska nel 1880 con la scoperta dell'oro.

Con quella fiducia che sempre accompagna la ricchezza e con il passaggio da un secolo all'altro, gli abitanti dell'Alaska (tutti e sessantamila) cominciarono a esigere garanzie per il loro futuro.

Il Congresso cominciò a concedere privilegi legislativi senza voto ma il movimento, che rivendicava il diritto di sovranità, si arrestò durante la prima guerra mondiale quando molti abitanti partirono verso sud alla ricerca di lavori meglio retribuiti. L'Alaska, quasi disabitata, sonnecchiò fino a metà del 1942 quando i Giapponesi suonarono le campane di guerra attaccando le isole Aleutine e Attu. L'Alaska deve molte delle sue infrastrutture alla risposta che gli Stati Uniti diedero a questo attacco militare ai territori nord-occidentali. Soprattutto è degno di nota il fatto che fu costruito l'Alcan, l'unico collegamento via terra tra l'Alaska e il resto degli USA, un capolavoro della tecnica di 2447 km portato a termine in poco più di otto mesi. L'iniezione di fondi e l'impegno personale per la ricostruzione post bellica, portò a una svolta nella storia di questo stato. Nel 1959 il presidente Eisenhower proclamò l'Alaska quarantanovesimo stato dell'Unione, consentendo agli abitanti di coniare l'intelligente e scherzoso soprannome "Lower 48".

Nel 1968 furono scoperti importanti giacimenti petroliferi sotto Prudhoe Bay, nell'Oceano Artico, che furono la causa di accese trattative tra un'avida industria petrolifera, gli ambientalisti e i nativi dell'Alaska che cercavano di avanzare rivendicazioni di carattere etico verso quella terra che ora stava promettendo di dare straordinarie ricchezze. Fu firmato un trattato con le popolazioni indigene, nel 1971, e furono costruiti 1270 km di oleodotto fino al porto di Valdez.

Nel 1977 il petrolio, che aveva reso l'Alaska lo stato più ricco degli USA, cominciò a fluire. Il petrolio è ancora considerato da molti abitanti dell'Alaska come il loro bene più prezioso, nonostante le ombre gettate dalla caduta dei prezzi mondiali nel 1986 e dal tragico disastro dell'Exxon Valdez nel 1989.

Lo sfruttamento delle risorse naturali, particolarmente del petrolio, è un argomento scottante in Alaska, che riguarda contemporaneamente la tanto desiderata indipendenza da Washington, gli interessi dei gruppi ambientalisti, il desiderio del benessere economico e i diritti delle popolazioni indigene. Una crescente consapevolezza del fatto che le zone selvagge dell'Alaska sono una notevole risorsa naturale, e che esse avranno ancor più valore se lasciate intatte, potrebbe essere il sentimento che salverà le meravigliose terre di questo paese.

 

 



con in contributo di
Lonely Planet